Esce oggi nei cinema italiani, l'attesissimo film di Bahman Ghobadi, "I Gatti Persiani".
Per l'occasione, vi mostriamo alcune clip tratte direttamente dal film.
Nella prima, uno dei protagonisti, Nader, viene fermato dalla polizia e interrogato in merito ai cd e ad una bottiglia di alcool trovati in suo possesso nella seconda, vediamo ed ascoltiamo uno dei cantati più conosciuti in tutto l'Iran: Hichkas, un rapper che canta le ingiustizie e gli squilibri della società della capitale iraniana, Teheran
All'anteprima per la stampa del film "I Gatti Persiani" che si è svolta a Roma lo scorso giovedì 8 Aprile, abbiamo avuto il piacere di invitare alcuni dei più noti musicisti della scena underground musicale italiana, ai quali abbiamo chiesto, alla fine della proiezione, di commentare il film e, in particolar modo, la musica in esso presente e svolge un ruolo così fondamentale.
Il risultato è stato questo bellissimo video, dove si può vedere come questo film affascini anche "addetti ai lavori" al di fuori del mondo del cinema.
Gli artisti intervistati sono: Antonio Marcucci e Marco Pisanelli del gruppo "Le Mani", Danilo Desideri dei "Fukallisto", Antonio Diodato, Mauro di Maggio, Montecristo, Sgravo de "Gli Inquilini" e Pasquale Grosso dei "Popucià Band".
In occasione della presentazione ufficiale del film "I Gatti Persiani" il regista Bahman Ghobadi risponde ad alcune domande sulla musica presente nel film e sui suoi protagonisti.
La data di uscita del film "I Gatti Persiani" nelle sale italiane si avvicina, per questo motivo e per stuzzicare ulteriormente la vostra curiosità su questo film, vi vogliamo mostrare due clip tratte direttamente dal film.
Nella prima, Ashkan e Negar, i due protagonisti, si recano nello "studio" del loro nuovo impresario Nader per fargli ascoltare il demo del loro disco.
Nella seconda, Nader introduce i due ragazzi al falsario che dovrà procurare loro i passaporti e i visti per poter lasciare l'Iran e realizzare così il loro sogno di suonare liberamente la loro musica.
Questa mattina si è tenuta a Roma la conferenza stampa con Bahman Ghobadi, regista del film "I Gatti Persiani", che sarà nelle sale italiane da venerdì 16 Aprile 2010.
Bahman Ghobadi è nato il 1° Febbraio 1969 a Benah, una città al confine fra Iran e Iraq, nella provincia del Kurdistan, in Iran. Dopo la maturità a Sanandaj, nel 1992 si è trasferito a Teheran per continuare i suoi studi. Nonostante abbia ottenuto un diploma in Regia alla Scuola di Cinema Iraniana, non si è mai laureato perché pensava che avrebbe imparato molto di più realizzando cortometraggi che non continuando a studiare. Dalla metà degli anni ’90 i cortometraggi di Ghobadi cominciano a ricevere premi in patria e all’estero. Life in fog (“il più famoso documentario della storia del cinema Iraniano”) in particolare ha ricevuto molti premi e ha aperto la strada a nuove opportunità nella carriera di Ghobadi. Con il suo primo lungometraggio Il tempo dei cavalli ubriachi, Ghobadi viene riconosciuto come regista di fama internazionale.
Nel maggio del 2009 il suo film “I Gatti Persiani” è stato premiato a Cannes: in quel periodo in Iran c'era grande fermento sociale e si pensava seriamente ad un rinnovamento politico. Poi le elezioni di giugno hanno disatteso queste aspettative. Ci può dire che cosa è successo in quei giorni?
Bahman Ghobadi: Abbiamo girato questo film pochi mesi prima delle elezioni e, durante le riprese avvertivo, chiaramente che l'ambiente dei giovani in Iran era pronto per esplodere. Prima di iniziare le riprese, avevo paura di realizzare questo film, perchè avrei rischiato di non poter più lavorare in Iran. Ma i ragazzi protagonisti del film mi hanno dato il coraggio di andare avanti: se loro suonano di nascosto, allora anche io avrei potuto realizzare un buon film senza i permessi, un film per fare in modo che la voce di questi ragazzi potesse arrivare al pubblico. Adesso la situazione in Iran è cambiata, ma io penso che sia cambiata in positivo. Vi faccio un esempio: pensate ad un ragazzo costretto a tenere la testa sott'acqua da una mano molto forte, ma per un solo secondo quel ragazzo riesce ad alzare la testa e a respirare, per poi essere costretto di nuovo a rimettere ad immergere la testa. Da quel momento in poi, quel ragazzo cercherà di lottare con ancora più impeto per liberarsi dalla stretta della mano che lo costringe. Questa è la situazione dei giovani adesso in Iran: hanno respirato per un attimo l'aria della libertà e adesso, nonostante siano nuovamente oppressi, cercano con maggiore forza di tornare a respirarla.
Nonostante il cambiamento di cui parla, il regime iraniano continua a perseguitare gli artisti, come nel caso del regista Panahi che è ancora detenuto, e anche l'esperienza di governo riformatrice di Khatami non è riuscita a cambiare il paese. Come spiega tutto ciò?
B.G.: Il regime iraniano continua ad arrestare gli artisti poiché ha paura e in questo modo cerca di spaventare tutti gli altri. Sicuramente Panahi uscirà distrutto come uomo e come artista da questa vicenda: sono convinto che riusciranno ad uccidere la sua creatività. In Iran si colpiscono gli artisti e i giovani perchè il governo sa che solo tappando queste voci può avere il controllo totale della società. Loro dicono che la musica è contro la religione o la morale, ma loro stessi ascoltano questa musica, i loro figli ascoltano questa musica. Dopo la rivoluzione del '79, chiusero tutti i locali, tutti i disco pub, tutti i luoghi dove i giovani potevano distrarsi e scaricare le loro energie. Adesso un ragazzo e una ragazza non possono vedersi fuori casa, neache per una passeggiata in un parco. E' tutto proibito. Le uniche alternative che hanno i giovani sono lasciare il paese o cercare consolazione nella droga o nella musica. Il governo di Khatami inizialmente ci ha dato molta speranza, ma purtroppo è stata un'esperienza finita male. Forse siamo stati presi in giro, poiché Khatami voleva cambiare il nostro paese, ma il sistema non ha permesso questo cambiamento. Anche noi non ci siamo accorti che ci stavano prendendo in giro, avevamo gli occhi coperti dalla polvere.
Durante le riprese del film siete stati arrestati dalla polizia? Qualcuno dei musicisti presenti nel film ha avuto problemi con la polizia o sono riusciti a lasciare il paese che lei sappia?
B.G.: Siamo stati fermati dalla polizia durante la realizzazione del film, ma mai incarcerati. Ho anche regalato qualche dvd con i miei film ai poliziotti. Al mio ritorno da Cannes, invece, sono stato fermato e ho passato 7 giorni in carcere: ero entrato in Iran dal confine iracheno per andare a trovare qualche mio parente in Kurdistan. Alcuni dei ragazzi del film hanno lasciato l'Iran nelle settimane successive alle riprese, ma molti altri gruppi musicali iraniani sono partiti prima di loro. Dovete sapere che in Iran ci sono più di 3000 band di musica rock, e se 20 o 30 di loro riescono a fuggire e portare la musica rock iraniana in giro per il mondo per me è fonte di grande gioia. La loro missione adesso è uguale alla mia: raccontare a tutto il resto del mondo quello che succede in Iran.
Nei film iraniani di solito viene mostrata sempre la parte più vecchia di Teheran, invece nel suo film si vede anche la parte più moderna della città. E' stata una scelta voluta?
B.G.: Io adoro Teheran. E' una città piena di energia, piena di vita nonostante tutti i suoi problemi. I suoi abitanti sono tutte persone che si danno un gran da fare, come il personaggio di Nader nel mio film. Io sono nato e cresciuto in Kuridistan e noi curdi in Iran siamo cittadini di secondo o terzo grado, abbiamo due gravi “capi d'imputazione” a nostro carico: il primo di essere curdi e il secondo di essere sunniti. Quando sono arrivati a Teheran la prima volta ho sentito la stessa discriminazione nei riguardi degli artisti: essi non hanno mezzi per estrimersi, non hanno posti o spazi dove far conoscere la loro arte, non hanno a disposizione gli stadi per i concerti o i finanziamenti dallo Stato come succede qui in Occidente. Per questo ho voluto fare un film diverso nel panorama del cinema iraniano, che in questi ultimi anni è stato accusato di essere molto ripetivo: ho voluto mostrare la grande energia e voglia di vivere che serpeggia per le strade di Teheran, volevo mostrare il grande contrasto tra la ricchezza e la povertà che c'è nel nostro paese. Inoltre non ho inventato nulla, quello che accade non è stato scritto per il film, ma ogni band, ogni location e ogni storia dei protagonisti sono vere e autentiche.
Durante le riprese del film, era consapevole del rischio verso il quale andava in contro e che probabilmente non le sarà più possibile girare film in Iran?
B.G.: Nel mio film ho voluto mostrare una briciola della cultura underground iraniana, poiché essa non è soltanto musica, ma anche arte, poesia, letteratura: c'è una grandissima produzione artistica tenuta nascosta che aspetta soltanto di poter uscire fuori un giorno. Ho tenuto i diritti del film in Iran per me e ho permesso che fosse distribuito gratuitamente per le strade, in questo modo tantissimi giovani hanno potuto vedere qual è la situazione nel nostro paese e ne sono rimasti molto turbati, e come loro tantissime altre persone che sto incontrando in questi mesi in giro per il mondo, che mi stringono la mano e mi ringraziano per avergli mostrato questa situazione. Per questo motivo ho capito che la mia presenza è più importate fuori dall'Iran, perchè così posso raccontare liberamente quello che accade laggiù. Pertanto ho una richiesta per la stampa italiana: io amo l'Italia e il suo cinema, penso che nessuno popolo sia più vicino agli iraniani di quello italiano, e ne ho avuto la conferma vedendo le vostre piazze riempirsi per manifestare a favore della mia gente. Per questo vi chiedo di smettere di parlare solo e soltanto della questione nucleare o dei mullah, ma di mostrare finalmente l'altra faccia dell'Iran, parlate dei giovani iraniani. Pensate all'Iran come ad una bellissima donna coperta dalla testa ai piedi dal chador, quello che vi chiedo è di fare in modo di mostrare il “bel volto” dell'Iran che si nasconde sotto il velo.
HOVERLOOKHOTEL. Suonare sotto le bombe, un’impresa eroica che piace al cinema. L’epopea del gruppo cult iracheno Acrassicauda raccontata nel documentario "Heavy metal in Baghdad".
La prossima settimana arriva sui nostri schermi I gatti persiani, film denuncia dell’iraniano Barmna Ghodabi su una giovane rock band che si ribella al regime pur di realizzare il proprio sogno: suonare in Europa. Girata senza autorizzazione in mezzo a tanti rischi (il regista ha dovuto poi autoesiliarsi), la pellicola è coraggiosa testimonianza della resistenza viscerale che viene attuata dalle nuove generazioni costrette a vivere in Paesi privi di libertà e affascinate da stili di vita e industria culturale occidentali.
L’infatuazione per un nemico (generalmente quello a stelle e strisce), che ha in tutto e per tutto il fascino del diavolo. Specie per ragazzi che alla sopravvivenza e alla fiducia nel futuro in casa preferiscono le vibrazioni disperate della musica straniera, magari proprio quella che inneggia al demonio. è il caso degli iracheni Acrassicauda (il nome dello scorpione più velenoso), giunti all’onore delle cronache grazie a un gioiello della cinematografia indipendente americana: Heavy metal in Baghdad, arrivato recentemente anche sugli scaffali italiani grazie al libro + dvd edito dalla casa editrice Isbn.
Il film, prodotto dal regista di culto Spike Jonze, racconta del viaggio nell’Iraq post Saddam compiuto da due reporter della testata newyorchese Vice alla ricerca di Faisal, Firas, Tony e Marwan, vale a dire i quattro membri della formazione. Attraverso le immagini, messe insieme in situazioni di assoluto pericolo, tra le trappole della “zona verde”, cecchini appostati, macerie e guardie del corpo, conosciamo la passione assoluta degli Acrassicauda per il metallo pesante e per l’headbanging, uniche ragioni che li abbiano tenuti a galla durante il conflitto, rifugiati nella rabberciata sala prove (poi rasa al suolo dai missili) o sul palco in uno dei pochi ma affollati concerti che sono riusciti a tenere in patria.
In comune, la tristezza per la sorte del Paese che amano, la rassegnazione al fato e il desiderio di “spaccare” come i Metallica o gli Iron Maiden. Le riprese si fermano al 2006, con i magnifici quattro rifugiati in Siria, lontani dalle loro famiglie e costretti a una situazione di totale indigenza. Ma la loro storia, già leggenda, è ora diventata ufficialmente favola.
Gli Acrassicauda hanno ottenuto lo status di rifugiati politici nel 2008, sono volati a Brooklyn grazie all’aiuto di Vice Magazine, si sono fatti crescere i capelli, hanno potuto incontrare il loro idolo James Hatfield e un mese fa è uscito il loro primo disco, prodotto da Alex Skolnick, dei Testament. E il titolo la dice lunga sull’ispirazione: Only the dead see the end of the war.
In questa intervista, realizzata in occasione del “Film Middle East Now”, il primo festival cinematografico italiano dedicato al Medio Oriente svoltosi a Firenze dal 3 al 7 febbraio 2010, il regista iranianoci parla dell'idea alla base del film e dei problemi che ha dovuto affrontare per la sua realizzazione, vista la delicata situazione nella quale i registi iraniani sono costratti a lavorare a causa della feroce censura attuata dal governo.
Bahman Ghobadi è nato il 1° Febbraio 1969 a Benah, una città al confine fra Iran e Iraq, nella provincia del Kurdistan, in Iran.
Dopo la maturità a Sanandaj, nel 1992 si è trasferito a Teheran per continuare i suoi studi. Nonostante abbia ottenuto un diploma in Regia alla Scuola di Cinema Iraniana, non si è mai laureato perché pensava che avrebbe imparato molto di più realizzando cortometraggi che non continuando a studiare. Dalla metà degli anni ’90 i cortometraggi di Ghobadi cominciano a ricevere premi in patria e all’estero. Life in fog (“il più famoso documentario della storia del cinema Iraniano”) in particolare ha ricevuto molti premi e ha aperto la strada a nuove opportunità nella carriera di Ghobadi. Con il suo primo lungometraggio Il tempo dei cavalli ubriachi, Ghobadi viene riconosciuto come regista di fama internazionale.
Con grande piacere inoltriamo il comunicato relativo all’iniziativa che si terrà alla casa del Cinema di Roma il 26 marzo pomeriggio. Vi segnaliamo in particolare, alle ore 15.00, la proiezione di HEAD WIND di Mohammad Rasoulof che è stato ospite del “FilmFestival Senza Frontiere – Without Borders” lo scorso anno.
Di seguito il comunicato e il programma della giornata.
Quando viene commesso un sopruso contro la libertà di espressione, quando ci sono uomini che vengono privati della loro libertà individuale semplicemente perché tentano di dar voce a un dissenso con la propria arte, il mondo civile non può restare a guardare. In qualunque posto del mondo venga consumato questo delitto, il silenzio e l’oblio sono la condanna più grande, per chi cade sotto i colpi della repressione. La detenzione dei registi iraniani Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, che restano in carcere a Evin, a nord di Teheran (insieme all’aiuto regista Mehdi Pourmoussa), arrestati la sera del 1° marzo a Teheran da agenti in borghese mentre erano con altre 15 persone in una riunione a casa di Panahi, a discutere sul progetto di un documentario sulle proteste di piazza contro Ahmadinejad, rischia velocemente di essere cancellata dalla breve memoria dei mass media. Per non dimenticare questi artisti a cui è stata chiusa la bocca, dobbiamo continuare a insistere affinché nel mondo prosegua la protesta, perché né i governi, né i singoli cittadini dimentichino che in Iran tantissime persone meno note all'opinione pubblica internazionale di Panahi si trovano nelle stesse condizioni, e rischiano la propria libertà, e nei casi peggiori la vita, solo per aver manifestato la loro opinione, che differisce da quella del governo del proprio paese. Per mantenere viva l’attenzione su questi fatti, per dare man forte a quanti si stanno adoperando nel mondo affinché tutto questo cambi, per sostenere l’opinione di cineasti iraniani che fuori del paese (come Babak Payami, Marjane Satrapi, Shirin Neshat e altri) o in Iran (come recentemente ha fatto Abbas Kiarostami con una lettera aperta al proprio governo, ripubblicata dal New York Times), stanno prendendo posizione chiedendo la liberazione dei registi in carcere, la Casa del Cinema di Roma, per iniziativa di Felice Laudadio, con il sostegno delle maggiori associazioni italiane di autori, critici, organizzatori di festival e giornalisti cinematografici, insieme a rappresentanti di organizzazioni umanitarie come Amnesty International e “Un Ponte Per…”, dedicherà al cinema di Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof e alla situazione iraniana una giornata di proiezioni, e un incontro/dibattito coordinato da Serafino Murri: l’appuntamento è per il pomeriggio di venerdì 26 marzo 2010. In questa occasione sarà fatto il punto sulle iniziative prese dalla Rete attraverso i gruppi Facebook “Protestiamo per l’arresto del regista Jafar Panahi a Teheran”, con la petizione rivolta alla Presidenza della Repubblica e al Ministero degli Esteri italiani affinché protestino presso le autorità di Teheran, e “Spezziamo il cerchio. Libertà per Panahi e gli altri arrestati in Iran”, con un appello internazionale promosso dal premio Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel e Fabio Alberti, fondatore di “Un Ponte per…” per la scarcerazione dei registi detenuti a Evin. E vi saranno molti, importanti interventi e testimonianze di esperti e cineasti italiani, e di rifugiati iraniani in Italia, in un incontro aperto al pubblico dalle 18.00 alle 20.00. Vi invitiamo a partecipare a questa iniziativa spontanea e doverosa, dove vi sarà occasione di vedere sul grande schermo della sala De Luxe alcuni tra i film più importanti di Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof.
Programma della giornata:
CASA DEL CINEMA DI ROMA (L.go Marcello Mastorianni
VENERDI 26 MARZO 2010
SALA DELUXE
- Ore 15.15 HEAD WIND di Mohammad Rasoulof (documentario, Iran, 2008, 65’, v.o. sottotitoli italiani e inglesi) Tribeca film festival 2008, Festival Senza Frontiere 2009
- Ore 16.30 IL CERCHIO di Jafar Panahi (Iran, 2000, 90’, v.o. sottotitoli italiani)
segue alle ore 18.00 Incontro / dibattito "Spezziamo il cerchio del silenzio. Il cinema Italiano per Panahi libero"
Coordina: Serafino MURRI
INTERVENTI di:
Riccardo NOURY, Portavoce di Amnesty International Italia Fabio ALBERTI, fondatore della ONG "Un Ponte per..."
Alberto NEGRI, Giornalista ("Il Sole 24 ore"), autore del libro "Il Turbante e la Corona. Iran 30 anni dopo" (Tropea Editore) Lino Albano BORDIN – EX Funzionario Internazionale ONU
Farshid NOURAI - Associazione per la Pace Mostafa KHOSRAWI - Associazione studentesca iraniana Tahkim Vahdat
Zahra TOFIGH, Portavoce di Iran Human Rights in Italia
L’iniziativa è promossa con il sostegno delle associazioni Cinematografiche e Culturali ANAC, MovEm 09, AFIC, SNCCI, 100autori, ARCI, UCCA, dei cui rappresentanti sono previsti interventi di solidarietà con i cineasti iraniani al termine della discussione:
Giuliano MONTALDO (Regista, ANAC)
Andrea PURGATORI (Sceneggiatore, 100autori)
Giuseppe GAUDINO (Regista, MovEm 09)
- Ore 20.00 "ORO ROSSO" di Jafar Panahi (Iran, 2003, 97’, versione italiana)
Oggi proseguiamo nella presentazioni delle band musicali che hanno preso parte alle riprese del film "I Gatti Persiani". Vi ricordiamo infatti, che il regista Bahman Ghobadi ha voluto che i protagonisti del film fossero veri e propri gruppi musicali o musicisti iraniani.
Una di queste band, è quella composta da quattro ragazzi di Teheran: i "The Yellow Dogs", formatasi nel 2006 e dei quali vi avevamo già proposto qualche post fa' un'interessante intervista alla CNN.
La cultura della gente di Teheran e l'ideologia del governo iraniano li hanno costretti a "nascondersi" nella loro piccola stanza delle prove in stile "bohemien" (SAGDOONI) che si sono costruiti con le loro mani sul tetto della casa del batterista. SAGDOONI (in farsi "cuccia del cane") è il luogo dove hanno trovato il loro personale stile musicale. Ma il loro più grande desiderio è sempre stato quello di suonare dal vivo nei concerti, per questo nel 2007 hanno lavorato insieme ai loro grandi amici dei "The Free Keys" per trasformare un garage/scantinato nello "sconvolgente" luogo per i loro concerti underground.
Durante gli ultimi anni, non hanno smesso di creare e suonare musica, nonostante la situazione in Iran peggiorasse di giorno in giorno, a causa della dura repressione del governo contro la musica underground. Ma i "The Yellow Dogs" non si sono arresi alle leggi e alle autorità e hanno continuato a vivere la loro vita a modo loro.
Nel 2010, sono riusciti finalmente a lasciare l'Iran e, dopo una breve sosta ad Istanbul in Turchia, hanno raggiunto New York.
Nella breve intervista che vi proponiamo qui di seguito, il cantante e leader del gruppo, Obash ci racconta cosa significa per loro essere finalmente liberi di esprime la loro cratività.
Vi è piaciuto il vostro concerto ad Istanbul? Assolutamente, è stato il nostro primo concerto fuori dall'Iran e anche il primo concerto pubblico legale degli Yellow Dogs, perchè a Teheran abbiamo sempre suonato concerti underground e non abbiamo mai avuto la possibilità di suonare in un luogo pubblico. E' anche stata la prima volta che siamo riusciti a guadagnare un po' di denaro grazie alla nostra musica.
Come avete fatto per ottenere il permesso di suonare in Turchia per poi andare negli USA? Nel 2009 siamo stati invitati a suonare in due concerti, uno in Texas e uno a New York, ma non riuscimmo a partire a causa di problemi di passaporto: in Iran i giovani devono prima fare il servizio militare e dopo il governo gli permette di avere un passaporto, noi abbiamo risolto questi problemi e siamo partiti per Istanbul per ottenere un visto per gli USA soltanto nel 2010. Durante la nostra permanenza a Istanbul, abbiamo scoperto che esiste una grande scena rock in Turchia, ma il nostro vero obiettivo era trasferirci a New York, suonare qualche concerto lì e imparare il più possibile dal mondo musicale americano.
Pensate di rimanere a lungo in Iran o volete trasferirvi definitivamente a New York o a Londra, come già hanno fatto i due membri dei Take It Easy Hospital? Noi siamo rimasti già troppo tempo in Iran, 3 anni come band underground sono più che sufficienti e non potevamo continuare a vivere così. Al momento, abbiamo voglia di fare concerti e goderci la libertà che abbiamo adesso. Amiamo viaggiare e suonare ovunque, fintanto che troviamo i soldi per farlo. Per adesso vogliamo rimanere a New York e suonare per questo pubblico, non so per quanto tempo.
Per coloro che non hanno visto il film, potete descrivere la vita quotidiana di una rock band a Teheran? Non è uguale per tutte le rock band iraniane ma per noi a Teheran era più o meno così: sveglia, a volte talmente tardi da dover pranzare invece di fare colazione, e lavoro al computer; dopo di che ci ritrovavamo nella nostra piccola stanza delle prove che avevamo sul tetto del palazzo per suonare 3 o 4 ore; di sera di solito uscivamo con gli amici fino a tardi. A noi piace molto viaggiare, specialmente fare dei camping immersi nella natura lontano dalle grandi città e dallo stress cittadino. L'Iran ha qualsiasi tipo di ambiente naturale, deserto, giungla, alta montagna, spiagge, scogliere, di conseguenza abbiamo ampia scelta di posti dove andare per fuggire dalle città e trovare noi stessi o fare ciò che più ci piace, divertirci con gli amici, senza essere notati o dare fastidio agli altri. Come è stato accolto il film in Iran e c'è stata una reazione del regime nei confronti delle band che vi hanno partecipato? Noi abbiamo lasciato l'Iran per Istanbul 2 o 3 settimane dopo che il film è stato distribuito per le strade iraniane, infatti era venduto per le strade al prezzo di 1$, esattamente come ha voluto il regista Bahman Ghobadi. Penso che al momento la maggior parte degli iraniani abbia visto il film, specialmente i più giovani. Oramai fa parte della storia della musica underground iraniana e del cinema indipendente. Fino a quando siamo rimasti in Iran, la polizia non ha arrestato nessun musicista o band del film, ma onestamente non posso essere sicuro che non accadrà in futuro.